Da oggi inauguro una nuova rubrica, e il nome l’ho scelto apposta un po’ ironico: Scatto e Riscatto. L’idea è semplice — ogni due settimane un esercizio fotografico mirato, mai generico, con un vincolo preciso da rispettare. A volte sarà un lavoro pratico da fare con la macchina in mano, a volte la lettura critica di un’immagine, a volte una sfida più libera e un po’ giocosa. Voi partecipate nei commenti o mandandomi le vostre foto, e nella puntata successiva ne parliamo insieme prima di lanciare l’esercizio nuovo. Un ciclo che si chiude e si riapre, come dovrebbe fare ogni allenamento serio.
Per inaugurare la rubrica, approfitto di quello che normalmente consideriamo il nemico numero uno di ogni fotografo:
la luce di mezzogiorno.
L’esercizio
Siamo in piena estate, e tra le 12 e le 14 la luce è dura, verticale, impietosa. Ogni manuale di fotografia vi dirà di evitarla. Oggi vi chiedo di fare l’esatto contrario.
Uscite tra le 12 e le 14 e trovate almeno tre situazioni in cui la luce zenitale crea forme, ombre o volumi interessanti, invece di distruggerli. Non fotografie generiche: cercate nello specifico
- ombre nette e scolpite sotto gli occhi, sotto una tesa di cappello, sotto ogni sporgenza che tagli la luce a picco,
- superfici che si fanno specchio — un pavimento bagnato, l’asfalto, una vetrina — colpite dall’alto fino a restituire un riflesso quasi accecante,
- texture che detonano: un muro scrostato, una corteccia, un tessuto grezzo, che sotto quella luce perdono ogni morbidezza e mostrano ogni crepa, ogni filo, ogni imperfezione.
Un riferimento storico

Se cercate un maestro a cui guardare per capire come la luce dura possa diventare linguaggio invece che difetto, partite da Fan Ho e dalla sua Hong Kong degli anni ’50. In The Lone Ranger (1954) un uomo in bicicletta attraversa una strada deserta sotto un sole altissimo, quasi verticale: è la stessa luce di mezzogiorno che normalmente eviteremmo, cruda e senza sfumature, che qui però scolpisce la scena invece di appiattirla. L’ombra proiettata a terra è netta, allungata, quasi disegnata — non un dettaglio da correggere, ma il vero soggetto geometrico dell’immagine insieme alla figura stessa. È esattamente il tipo di sguardo che vi chiedo di allenare in queste due settimane.
Perché ha senso farlo
Non è solo un esercizio di sopravvivenza estiva per chi non può scegliere l’orario dello scatto. È un modo per rompere un automatismo: molti di noi hanno interiorizzato “luce dura = foto da buttare” senza più chiedersi perché, e senza più guardare cosa quella luce sta effettivamente facendo alla scena davanti a noi. Le ombre nette non sono un difetto da correggere in post-produzione: sono informazione. Dicono qualcosa sulla forma, sul volume, sulla texture che la luce morbida, per quanto elegante, spesso appiattisce.
Partecipate
Mandatemi i vostri scatti nei commenti qui sotto, oppure scrivetemi direttamente. Nella prossima puntata ne guarderemo alcuni insieme, prima di lanciare il prossimo esercizio.
Buona luce dura a tutti.
Crediti fotografici:
Fan Ho, The Lone Ranger, 1954. Immagine riprodotta a titolo di citazione per finalità di critica, discussione e insegnamento, ai sensi dell’art. 70 della Legge 633/1941 sul diritto d’autore.