Ruth Orkin a Bologna: “Non avere paura di viaggiare da sola”

Ruth Orkin, Self-Portrait, 1947
Ruth Orkin, American Girl in Italy, Florence, 1951

Una ragazza cammina per una strada di Firenze, gli occhi tesi, circondata da uomini che la fissano da ogni lato. Si intitola American Girl in Italy, è del 1951, ed è una delle immagini più famose della fotografia del dopoguerra. Ma la storia vera dietro quello scatto è più interessante di come viene raccontata di solito: quella ragazza si chiamava Nina Lee Craig, era una studentessa d’arte americana, e Ruth Orkin la incontrò proprio a Firenze durante un viaggio in Italia. Da lì nacque Don’t Be Afraid to Travel Alone (“Non avere paura di viaggiare da sola”), la serie a cui appartiene lo scatto, un progetto che raccontava le esperienze di donne che, nell’Europa del dopoguerra, viaggiavano da sole.

Tutto il resto della retrospettiva che fino al 19 luglio Palazzo Pallavicini dedica a Orkin — 187 fotografie, due macchine storiche, documenti d’archivio, curatela di Anne Morin — gira attorno a questa capacità di raccontare storie vere attraverso l’immagine ferma.

Vale la pena andarci. E vale la pena parlarne, perché la storia di Orkin è uno di quei casi in cui un mestiere nasce da una porta sbattuta in faccia.

Dal set alla fotografia

Orkin nasce a Boston nel 1921, figlia di un’attrice del muto, cresciuta letteralmente tra le quinte della Hollywood degli anni Venti e Trenta. Il cinema ce l’ha nel sangue prima ancora di saper leggere. Vuole fare la regista. Peccato che la Hollywood di allora non abbia nessuna intenzione di mettere una macchina da presa in mano a una ragazza, e così Orkin trova un’altra strada per raccontare storie per immagini: la fotografia.

E non è un ripiego, badate bene, è proprio una traduzione. Tutto quello che farà dopo porta i segni di quella regia mancata: sequenze, montaggio, il tempo che scorre dentro un’inquadratura ferma. A diciassette anni attraversa gli Stati Uniti in bicicletta, da Los Angeles a New York, per arrivare all’Esposizione Universale del 1939, e si porta dietro un diario per immagini che è già, di fatto, un piccolo film fatto di fotogrammi fermi.

Anni dopo, dalla finestra di casa a New York, fotografa per anni la strada sotto di lei come fosse un set vero e proprio: la serie Dall’alto trasforma passanti ignari del tutto in personaggi di una storia scandita da pause e movimento.

Ruth Orkin, From Above, Watermelon Stand, New York, 1948

Il cinema, comunque, non lo molla mai davvero. Nel 1953 firma insieme al marito Morris Engel Il piccolo fuggitivo, che vince il Leone d’Argento a Venezia e finirà per influenzare la Nouvelle Vague. Il suo contributo a regia, sceneggiatura, direzione artistica è tutt’altro che marginale. Ma il riconoscimento pubblico va quasi tutto a Engel. Storia fin troppo familiare, no? La ritroviamo identica con Ilse Bing, con Germaine Krull, con Gerda Taro, con tutte le fotografe di cui abbiamo già parlato qui su Controluce. Il lavoro c’è, l’archivio esiste, ma la firma ci mette sempre un po’ di più ad arrivare.

Viaggiare da sole, allora come oggi

Il cuore vero di American Girl in Italy non è la scena in sé, ma il progetto a cui apparteneva. Don’t Be Afraid to Travel Alone nasceva da un’esperienza diretta: Orkin stessa aveva viaggiato da sola in Europa, e a Firenze aveva trovato in Nina Lee Craig — un’altra giovane americana in giro per il continente da sola — la persona giusta per raccontare quella condizione.

Nell’Europa del dopoguerra, una donna che viaggiava senza compagnia, senza marito, senza famiglia al seguito, era ancora un’anomalia sociale: guardata, commentata, misurata a ogni passo. La serie fotografava esattamente questo: il misto di libertà conquistata e di attenzione non richiesta che ogni donna sola in viaggio si portava dietro.

Perché ci riguarda, oggi

Settant’anni dopo, il tema non si è affatto esaurito. Viaggiare da sole, per una donna, resta un’esperienza diversa rispetto a farlo in compagnia: c’è ancora chi valuta le proprie mosse, chi sceglie gli orari, chi decide quali strade evitare. Cambiano gli strumenti, oggi ci sono app, recensioni, gruppi di viaggiatrici, ma la domanda di fondo che Orkin fotografava nel 1951 è la stessa: quanta libertà si può davvero concedere una donna che cammina da sola per strada.

Bologna, in questo senso, restituisce a Orkin non solo lo spazio che merita, ma il senso pieno del suo lavoro: la mette in fila con Vivian Maier, Tina Modotti, Lee Miller, le altre protagoniste che Palazzo Pallavicini ha scelto negli anni per riscrivere, un nome alla volta, una storia della fotografia che per troppo tempo ha avuto un genere solo.

Ciao Monica

https://www.palazzopallavicini.com/events/ruth-orkin/

Crediti fotografici

  1. Ruth Orkin, American Girl in Italy, Florence, 1951
  2. Ruth Orkin, From Above, Watermelon Stand, New York, 1948
  3. Ruth Orkin, Self-Portrait, 1947

© Ruth Orkin Photo Archive. Immagini utilizzate ai sensi dell’art. 70 della L. 22 aprile 1941, n. 633, a fini di critica, discussione e didattica, senza scopo di lucro.

Saul Leiter e l’arte di fotografare (quasi) niente

Saul Leiter, autoritratto (anni ’50)

C’è un fotografo che ha passato una vita a fotografare vetri appannati, tende, gocce di pioggia su una finestra, e che oggi viene celebrato come uno dei grandi maestri del Novecento.

Se questo non vi sembra un paradosso confortante per chiunque abbia mai scartato uno scatto perché “troppo poco interessante”, non so cosa lo sia.

Fino al 19 luglio Palazzo Pallavicini a Bologna ospita “Saul Leiter. Una finestra punteggiata di gocce di pioggia”, curata da Anne Morin per Vertigo Syndrome, in collaborazione con diChroma photography e la Saul Leiter Foundation. Non è una mostra piccola: 126 fotografie in bianco e nero, 40 fotografie a colori, 42 dipinti e rari materiali d’archivio, tra cui riviste originali d’epoca e un documento filmico. Un allestimento pensato apposta per farci rallentare, cosa che di questi tempi è quasi un atto sovversivo.

Chi era, davvero, questo signore schivo

Leiter nasce a Pittsburgh nel 1923, figlio di un rabbino, destinato agli studi religiosi. Molla tutto e nel 1946 si trasferisce a New York per fare il pittore: la fotografia arriva quasi per caso, ma diventa presto la sua vera lingua, e già negli anni ’40 comincia a lavorare a colori, quando il colore era ancora considerato roba commerciale, non arte.

Mentre i colleghi del reportage urbano cercavano l’inquadratura nitida e il momento decisivo, lui faceva l’opposto: fotografava attraverso vetri sporchi, tende, riflessi, vapore dei tombini. Immagini a strati, volutamente imperfette, dove il soggetto si nasconde più di quanto si mostri.

Saul Leiter, trittico di tre fotografie a colori utilizzato per la promozione della mostra Saul Leiter. Una finestra punteggiata di gocce di pioggia

Ha lavorato per Harper’s Bazaar, Esquire, Elle, ma la fama l’ha sempre schivata: buona parte del suo archivio è rimasta inedita fino alla morte, nel 2013. Solo dopo sono emersi lavori che nessuno conosceva. Una riscoperta postuma, per un fotografo che in vita non ha mai cercato i riflettori.

Cosa c’entra con noi, oggi

Viviamo immersi in un’estetica fotografica che insegue la nitidezza assoluta, il colore saturo al punto giusto, l’inquadratura “pulita” da manuale, spesso ottenuta prima ancora di scattare grazie a un algoritmo che ci suggerisce come inquadrare. Leiter va nella direzione opposta: usa l’ostacolo, non lo elimina. Il vetro sporco, la tenda, il riflesso non sono difetti da correggere in post-produzione, sono il soggetto stesso della foto.

È una lezione che vale doppio per chi studia composizione: prima ancora della regola dei terzi o delle linee guida, Leiter ci ricorda che la fotografia può essere un esercizio di sottrazione, non di accumulo. Meno soggetto, più atmosfera. Meno definizione, più suggestione. In mostra, tra l’altro, alcuni allestimenti — una parete d’acqua, vetri appannati — permettono letteralmente al visitatore di fotografare “alla Leiter”, anche solo con un telefono: un modo divertente per trasformare la retrospettiva in un piccolo laboratorio di sguardo, invece che in una semplice sfilata di stampe alle pareti.

Forse la lezione più utile che Leiter lascia a chi fotografa oggi è proprio questa: non tutto quello che si vede va mostrato per intero, e a volte la parte più interessante di un’immagine è quella che si intuisce appena, dietro il vetro appannato.

Vale per la fotografia. Vale, se ci pensate, anche per un po’ di altre cose nella vita.

Saul Leiter, “Una finestra punteggiata di gocce di pioggia” — Palazzo Pallavicini, Bologna, fino al 19 luglio 2026.

https://www.palazzopallavicini.com/events/saul-leiter/

Crediti fotografici

  • Saul Leiter, autoritratto (anni ’50)
  • Saul Leiter, trittico di tre fotografie a colori utilizzato per la promozione della mostra Saul Leiter. Una finestra punteggiata di gocce di pioggia (Centro Culturale San Gaetano, Padova, 15 novembre 2025 – 18/25 gennaio 2026, a cura di Anne Morin, Vertigo Syndrome / diChroma photography / Saul Leiter Foundation)

Immagini riprodotte a titolo di citazione per finalità di critica, discussione e insegnamento, ai sensi dell’art. 70 della Legge 633/1941. © Saul Leiter Foundation — tutti i diritti restano in capo alla Fondazione.

Cari francesi, mettetevi in fila !

Irving Penn, autoritratto allo specchio con Rolleiflex (anni ’40-’50 circa)

Ebbene sì: mentre per celebrare il trentesimo anniversario della Maison Européenne de la Photographie, in autunno Parigi dedica una grande retrospettiva a Irving Penn, a Roma quella stessa collezione l’abbiamo già vista e ammirata, fino allo scorso 29 giugno. E non in un angolo qualsiasi: nel primo Centro pubblico della Fotografia della Capitale, appena nato dentro l’ex Mattatoio di Testaccio.

Non è un dettaglio da poco. Per decenni Roma, patria di una tradizione fotografica lunghissima, non ha avuto uno spazio pubblico dedicato interamente alla fotografia. Ce l’aveva Parigi, con la sua MEP. Roma no. Quest’anno il vuoto si è colmato: un ex mattatoio industriale, tutto ghisa e capriate ottocentesche, è diventato la casa della fotografia italiana e internazionale. E per inaugurarla, non hanno scelto un nome qualunque: hanno scelto Irving Penn

Il percorso romano era tutt’altro che un’anteprima in sordina: sei sezioni, dai primi lavori newyorkesi ai ritratti, dai nudi alla moda per Vogue, fino alle nature morte con la loro ossessione per la stampa al platino-palladio. E c’era pure una chicca tutta romana, nel 1948, per Vogue, Penn fotografò un gruppo di intellettuali italiani al Caffè Greco. Un dialogo a distanza tra la Roma dei suoi tavolini storici e Roma che, quasi ottant’anni dopo, restituisce a Penn finalmente casa.

Group at Caffè Greco in Rome, di Irving Penn, 1948

Quindi sì, cara MEP: fate pure la vostra festa di compleanno, sarà splendida. Ma per questa volta, mangiate la nostra polvere !

Ciao Monica

Group at Caffè Greco in Rome, di Irving Penn, 1948. Da sinistra a destra: Aldo Palazzeschi, Goffredo Petrassi, Mirko, Carlo Levi, Pericle Fazzini, Afro, Renzo Vespignani, Libero de Libero, Sandro Penna, Lea Padovani, Orson Welles, Mario Mafai, Ennio Flajano, Vitaliano Brancati e Orfeo Tamburi.

https://www.centrodellafotografia.it/

https://www.mep-fr.org/en/actualite/irving-penn-at-the-mep/

  1. Irving Penn, autoritratto allo specchio con Rolleiflex (anni ’40-’50 circa)
  2. Irving Penn, Group at Caffè Greco in Rome, 1948

Immagini riprodotte a titolo di citazione per finalità di critica, discussione e insegnamento, ai sensi dell’art. 70 della Legge 633/1941. Tutti i diritti restano in capo agli aventi diritto (eredi/fondazione Irving Penn, in gestione con Condé Nast/Vogue e le gallerie che rappresentano l’archivio Penn).

MOSTRE 2025 DOROTHEA LANGE

Vite, storie ed esperienze immortalate negli scatti di Dorothea Lange, diventate simboli senza tempo, che ci invitano ancora oggi a riflettere sul significato della condizione umana attraverso lo sguardo di una delle più grandi fotografe del secolo scorso.

La mostra, promossa dal Comune di Perugia in collaborazione con CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino e con il supporto di Le Macchine Celibi soc. Coop., gestore dei servizi museali, è curata da Walter Guadagnini e Monica Poggi.

Sarà possibile visitarla fino al 23 marzo, dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 18. Ogni sabato alle 17 si terrà una visita guidata inclusa nel costo del biglietto.

Non ho mai avuto la possibilità di vedere le foto di Dorotea Lange in mostra, penso proprio che valga la pena andare a Perugia.

Ho un particolare interesse per la fotografia “al femminile”, lo so bruttissimo termine, sono d’accordo con voi, ma è così che i più distinguono il lavoro delle fotografe … ed io mi adeguo, tanto per capirsi.

Due in particolare, sono le foto iconiche scattate da Dorothea Lange

Migrant Mother

Fu scattata dalla Lange a Nipomo, nell’Imperial Valley, nei primi giorni di marzo del ‘36: la fotografa stava transitando con la sua auto nei pressi di un campo che ospitava oltre duemila braccianti impiegati nella raccolta dei piselli precoci. Appena fuori dal campo, in una tenda improvvisata sul bordo della strada, la Lange nota una donna con alcuni bambini; riprende la scena da lontano, poi si avvicina e dopo aver scambiato qualche parola con lei scatta ancora quattro foto

“Seguivo l’istinto, non la ragione; guidai in quel campo bagnato e fradicio e parcheggiai la macchina come un piccione viaggiatore. Vidi e mi avvicinai alla madre affamata e disperata, come se fossi attratto da una calamita. Non ricordo come le spiegai la mia presenza o la mia macchina fotografica, ma ricordo che non mi fece domande. Feci cinque esposizioni, lavorando sempre più vicino dalla stessa direzione.”

Intervista a Dorothea Lang

La Lange scatta 6 foto, avvicinandosi sempre più ai soggetti cercando la giusta composizione per raccontare la storia. Il secondo fotogramma raramente menzionato dalla Lange, è probabilmente il primo scatto, successivamente La Lange mette in posa i soggetti fino ad arrivare alla foto iconica che conosciamo

Il primo fotogramma è sicuramente il primo tentativo di mettere in posa la famigli, ma la figura della figlia grande può non creare così empatia, ricordatevi che lo scopo delle foto della Lange era sensibilizzare l’America sulla tragedia della grande depressione rurale.

Nel terzo fotogramma la Lange compone la foto rimandando ai classici dell’arte pittorica “della madonna che allatta il bambino Gesu”

Il quarto fotogramma benché sia molto empatico, ha come errore di composizione il palo che taglia la testa al piccolo .

Il quinto fotogramma è quello giusto, la composizione è perfetta e inoltre la Lange ha l’intuizione di porre in primo piano un piatto vuoto che simboleggia lo stato di indigenza della famiglia.

Ma c’è ancora uno scatto, che poi è quello che ha più potenza visiva, fa girare di spalle i due bambini, comunicando ancora un’idea di famiglia ma dando rilevanza al volto e allo sguardo della madre che sembra scrutare preoccupata in lontananza. Questa faccia è così importante che la Lange fa sì che la donna poggi la sua mano al mento così che il braccio la indichi. Qualunque cosa avesse distratto l’attenzione dal viso avrebbe danneggiato la potenza delle immagini, cosa che spiega perché la Lange avrebbe ordinato ad un assistente di Stampa di rimuovere il pollice dell’altra mano con cui si tiene al palo.

Tutte queste manipolazioni, ci dicono quanto di poco spontaneo ci sia in questa iconica fotografia di documentazione della realtà, ma per quanto mi riguarda il processo creativo della Lange per arrivare a quella che fu la foto che di fatto smosse le coscienze, dona un valore aggiunto alla grandezza di Dorothea Lunge

L’altra foto iconica scattata dalla Lange si intitola

White Angel Breadline, San Francisco

White Angel Breadline è la mia fotografia più famosa. L’ho scattata il primo giorno in cui sono uscito in una zona in cui la gente diceva, ‘Oh, non andarci.’ È stato il primo giorno in cui ho scattato una fotografia per strada.”

Portando con sé il fratello Martin per farsi aiutare, Lange esplorò le strade del Mission District di San Francisco, piene di senzatetto, affamati e disoccupati. Temeva di far arrabbiare i suoi soggetti invadendo la loro privacy. Temeva che la sua grande macchina fotografica li avrebbe spaventati, che il suo processo sarebbe stato troppo lento e che sarebbe stata accusata di violare la loro dignità. Ma nessuno sembrava accorgersi di lei. Nemmeno l’uomo con la tazza di latta, che si voltava dall’altra parte rispetto agli altri sulla White Angel Breadline. Curvo sulla ringhiera con il cappello che nascondeva il suo viso emaciato, sembrava perso. Lange era una novellina della fotografia di strada, ma non del cogliere l’attimo: “… Ho visto qualcosa, l’ho compreso e l’ho avuto”.

Ciò che Lange “aveva” era un’immagine inquietante ma bellissima che sarebbe diventata la rappresentazione del volto della Grande Depressione: la stanchezza indicata dalla postura dell’uomo, il vuoto della sua tazza, la sua individualità oscurata dalla tesa bassa del suo cappello e il suo isolamento dagli altri poveri, tutto si aggiungeva a un ritratto toccante ma rispettoso della disperazione e della disperazione.

Dorothea Lange.

Catalogo della mostra https://amzn.eu/d/i1R3vJL

Mostre 2025 Franco Fontana. Retrospective

Franco Fontana. Retrospective

13/12/2024 – 31/08/2025

Museo dell’Ara Pacis

Roma

Non è la prima e non sarà sicuramente l’ultima Retrospettiva del grande Maestro Franco Fontana 

Ho avuto la possibilità di vedere la mostra Curata da Denis Curti a San Gimignano (Si) nel lontano 2015 “Full Color”, in mostra i paesaggi di Franco Fontana 

Non era una retrospettiva ma un percorso fotografico sul colore di Fontana. Mi piacque molto e tengo nella mia libreria come un trofeo il catalogo della mostra firmato dal Fotografo 

Un piccolo consiglio, acquistate sempre i cataloghi delle mostre che visiterete o anche delle mostre che volevate vedere e che non ne avete avuto la possibilità. I cataloghi sono sempre soldi ben spesi 

Dal 13 dicembre 2024 al 31 agosto 2025

al Museo dell’Ara Pacis a Roma 

sarà visitabile la mostra Franco Fontana. Retrospective, a cura di : Jean-Luc Monterosso, promossa da Roma Capitale. 

Si tratta della prima grande monografica dedicata a Franco Fontana, uno dei più grandi fotografi italiani del Novecento, che ha rivoluzionato il linguaggio della fotografia a colori.

Attraverso una selezione di oltre 200 fotografie e muovendosi in spazi immersivi, tra particolari installazioni e video, si scoprono infinite possibilità ottiche: in un’alternanza di inquadrature ardite, profondità di campo ridotta e inquadrature dall’alto, si possono ammirare immagini astratte e minimaliste caratterizzate da una giustapposizione di colori brillanti e da forti contrasti.

E seppure temi come gli skyline, i paesaggi e l’architettura urbana, continuino a ricorrere rendendo vano qualsiasi tentativo di cronologia, Franco Fontana rinnova costantemente il suo lavoro. Dalla diapositiva alla polaroid al digitale, seguirà gli sviluppi tecnici della fotografia continuando sempre a sperimentare.

Il percorso espositivo curato da si apre con una veduta grandangolare di Praga, usata come copertina della rivista Time Life e del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine 

Praga 1967

e con un ritratto di Franco Fontana realizzato da Giovanni Gastel. 

La mostra è caratterizzati da una forte geometria e dall’essenzialità degli elementi, introdotti da immagini che esaltano la fotografia a colori negli anni 1960-1970. La mostra prosegue con una serie di scatti di paesaggi naturali catturati nelle varie sfumature delle quattro stagioni: mare, neve e pianure verdeggianti che culminano nella celebre immagine Puglia 1978

Puglia 1978

Il percorso di visita continua con fotografie che rappresentano il sapiente studio sull’ombra del maestro. La sezione si apre con un vintage dalla serie Contact Theory 1979 con un intero rullino in bianco e nero. Queste opere introducono una serie di rari scatti realizzati in Francia e in Asia che catturano persone in contesti urbani come Parigi 1994 e Tokio 1983.
Nella stessa area ci si immerge letteralmente in piscina, scoprendo l’arte della fotografia negli spazi acquatici. Per Franco la piscina è soprattutto un’occasione per esaltare la bellezza delle forme femminili, in un vibrante elogio delle curve.

Swimming pool, 1984

Questa sensualità discreta troverà nelle Polaroid la sua massima espressione.

In mostra anche un’incursione nella vita privata del maestro. In esposizione, infatti, una riproduzione dello studio di Fontana. 

Partendo dai paesaggi urbani e dalle strade, Fontana aggiunge personaggi e ombre, talvolta modificandone i colori e  accentuandone i contrasti come inHouston 1986 dalla serie People per poi ammirare una serie di scatti dalla serie Luce Americana e Frammenti.

New York 1986

Un’area del percorso è interamente dedicata all’esposizione di rare polaroid e polaroid transfer utilizzate come “appunti visivi”  

Al centro della sezione successiva si alternano diverse opere dedicate all’autostrada, all’asfalto, alle automobili.

.

Phoenix 1979

A seguire, viene presentato un autoritratto del fotografo arricchito dalla sua biografia e, proseguendo nella visita, è possibile ammirare un interessante selezione di nudi femminili, le cui curve sono accentuate da veli e panneggi, accostati a fotografie delle statue del Cimitero di Staglieno, dalla serie Vita Nova.

L’ultima sezione della mostra, che si sviluppa lungo l’esteso corridoio del museo, accoglie fotografie dedicate alla moda, alle numerose pubblicità e realizzate in occasione di commissioni private. 

Catalogo della mostra da acquistare

https://amzn.eu/d/bS39jjA