La griglia nel mirino: la profezia (avverata) di Cartier-Bresson


Dmitri Kessel, “Henri Cartier-Bresson con la sua Leica M3”, 1955.

Guardate bene questa immagine, un uomo con una Leica, nessun mirino a griglia, nessun assistente digitale a suggerirgli dove piazzare l’orizzonte. Solo l’occhio, il polso, e un istante che non tornerà. Henri Cartier-Bresson diceva di temere il giorno in cui un reticolo geometrico sarebbe stato sovrapposto al mirino della macchina fotografica. Aveva ragione a temerlo. Ed è arrivato.

Il timore di un profeta

Cartier-Bresson costruì la sua intera poetica sull’idea del “momento decisivo”: la composizione non si pianifica a tavolino, si riconosce nell’istante in cui accade, con un colpo d’occhio allenato da anni di disegno e da un rapporto quasi fisico con la geometria classica, la sezione aurea, le linee di forza, i rapporti tra le masse. Ma questo riconoscimento doveva restare un atto intuitivo, quasi inconscio.


Henri Cartier-Bresson, “Simiane-la-Rotonde, France”, 1969.

Il fotografo vede, il corpo si allinea, lo scatto arriva. Nessuna mediazione tra l’occhio e la scena.

Il suo timore per un reticolo sovrimpresso al mirino non era un capriccio da purista. Era la paura che la composizione, da esperienza vissuta e allenata, diventasse un esercizio a griglia: mettere il soggetto sull’incrocio giusto, verificare, correggere, come si compila un modulo. Una fotografia “giusta” per calcolo, non per sguardo.

La profezia si è avverata, e ha vinto

Oggi qualunque smartphone offre, di default, la griglia dei terzi sovrimpressa sul display. Molte mirrorless permettono di attivare griglie auree, spirali di Fibonacci, persino overlay che suggeriscono in tempo reale dove “dovrebbe” stare il soggetto secondo l’algoritmo di turno. Il reticolo che Cartier-Bresson temeva non solo esiste: è diventato lo standard, l’impostazione predefinita di miliardi di dispositivi.

E qui sta il nodo interessante, il vero “controluce” di questa storia: la griglia non ha ucciso la fotografia, come forse lui temeva. L’ha democratizzata, ma anche appiattita. Ha reso accessibile un principio compositivo a chiunque abbia un telefono in tasca — questo è un bene. Ma ha anche trasformato quello che per Cartier-Bresson era un allenamento dello sguardo, anni di occhio educato, in una scorciatoia meccanica. Si compone seguendo le linee sullo schermo, non si compone perché si è imparato a vedere.

Cosa resta, oggi

La domanda che vale la pena porsi non è se la griglia sia un tradimento del momento decisivo, ed ovviamente lo è, in parte. È se, avendo la griglia sempre disponibile, siamo ancora capaci di spegnerla. Di fidarci dell’occhio prima che del reticolo. Cartier-Bresson non temeva la geometria: la geometria era il suo mestiere.

Temeva che diventasse una stampella al posto di un allenamento.

La sua profezia si è avverata nella lettera, il reticolo esiste, ma la vera sfida resta la stessa di allora: continuare a guardare prima ancora di misurare.

Ciao Monica

I hope we will never see the day when photo shops sell little schema grills to clamp onto our viewfinders; and the Golden Rule will never be found etched on our ground glass. If you start cutting or cropping a good photograph, it means death to the geometrically correct interplay of proportions.” Henri Cartier-Bresson, The Decisive Moment (1952)

Dmitri Kessel, “Henri Cartier-Bresson con la sua Leica M3”, 1955. Immagine riprodotta a scopo di critica e commento didattico ai sensi dell’art. 70 L. 633/1941.

Henri Cartier-Bresson, “Simiane-la-Rotonde, France”, 1969. © Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos. Immagine riprodotta a scopo di critica e commento didattico ai sensi dell’art. 70 L. 633/1941.

Ruth Orkin a Bologna: “Non avere paura di viaggiare da sola”

Ruth Orkin, Self-Portrait, 1947
Ruth Orkin, American Girl in Italy, Florence, 1951

Una ragazza cammina per una strada di Firenze, gli occhi tesi, circondata da uomini che la fissano da ogni lato. Si intitola American Girl in Italy, è del 1951, ed è una delle immagini più famose della fotografia del dopoguerra. Ma la storia vera dietro quello scatto è più interessante di come viene raccontata di solito: quella ragazza si chiamava Nina Lee Craig, era una studentessa d’arte americana, e Ruth Orkin la incontrò proprio a Firenze durante un viaggio in Italia. Da lì nacque Don’t Be Afraid to Travel Alone (“Non avere paura di viaggiare da sola”), la serie a cui appartiene lo scatto, un progetto che raccontava le esperienze di donne che, nell’Europa del dopoguerra, viaggiavano da sole.

Tutto il resto della retrospettiva che fino al 19 luglio Palazzo Pallavicini dedica a Orkin — 187 fotografie, due macchine storiche, documenti d’archivio, curatela di Anne Morin — gira attorno a questa capacità di raccontare storie vere attraverso l’immagine ferma.

Vale la pena andarci. E vale la pena parlarne, perché la storia di Orkin è uno di quei casi in cui un mestiere nasce da una porta sbattuta in faccia.

Dal set alla fotografia

Orkin nasce a Boston nel 1921, figlia di un’attrice del muto, cresciuta letteralmente tra le quinte della Hollywood degli anni Venti e Trenta. Il cinema ce l’ha nel sangue prima ancora di saper leggere. Vuole fare la regista. Peccato che la Hollywood di allora non abbia nessuna intenzione di mettere una macchina da presa in mano a una ragazza, e così Orkin trova un’altra strada per raccontare storie per immagini: la fotografia.

E non è un ripiego, badate bene, è proprio una traduzione. Tutto quello che farà dopo porta i segni di quella regia mancata: sequenze, montaggio, il tempo che scorre dentro un’inquadratura ferma. A diciassette anni attraversa gli Stati Uniti in bicicletta, da Los Angeles a New York, per arrivare all’Esposizione Universale del 1939, e si porta dietro un diario per immagini che è già, di fatto, un piccolo film fatto di fotogrammi fermi.

Anni dopo, dalla finestra di casa a New York, fotografa per anni la strada sotto di lei come fosse un set vero e proprio: la serie Dall’alto trasforma passanti ignari del tutto in personaggi di una storia scandita da pause e movimento.

Ruth Orkin, From Above, Watermelon Stand, New York, 1948

Il cinema, comunque, non lo molla mai davvero. Nel 1953 firma insieme al marito Morris Engel Il piccolo fuggitivo, che vince il Leone d’Argento a Venezia e finirà per influenzare la Nouvelle Vague. Il suo contributo a regia, sceneggiatura, direzione artistica è tutt’altro che marginale. Ma il riconoscimento pubblico va quasi tutto a Engel. Storia fin troppo familiare, no? La ritroviamo identica con Ilse Bing, con Germaine Krull, con Gerda Taro, con tutte le fotografe di cui abbiamo già parlato qui su Controluce. Il lavoro c’è, l’archivio esiste, ma la firma ci mette sempre un po’ di più ad arrivare.

Viaggiare da sole, allora come oggi

Il cuore vero di American Girl in Italy non è la scena in sé, ma il progetto a cui apparteneva. Don’t Be Afraid to Travel Alone nasceva da un’esperienza diretta: Orkin stessa aveva viaggiato da sola in Europa, e a Firenze aveva trovato in Nina Lee Craig — un’altra giovane americana in giro per il continente da sola — la persona giusta per raccontare quella condizione.

Nell’Europa del dopoguerra, una donna che viaggiava senza compagnia, senza marito, senza famiglia al seguito, era ancora un’anomalia sociale: guardata, commentata, misurata a ogni passo. La serie fotografava esattamente questo: il misto di libertà conquistata e di attenzione non richiesta che ogni donna sola in viaggio si portava dietro.

Perché ci riguarda, oggi

Settant’anni dopo, il tema non si è affatto esaurito. Viaggiare da sole, per una donna, resta un’esperienza diversa rispetto a farlo in compagnia: c’è ancora chi valuta le proprie mosse, chi sceglie gli orari, chi decide quali strade evitare. Cambiano gli strumenti, oggi ci sono app, recensioni, gruppi di viaggiatrici, ma la domanda di fondo che Orkin fotografava nel 1951 è la stessa: quanta libertà si può davvero concedere una donna che cammina da sola per strada.

Bologna, in questo senso, restituisce a Orkin non solo lo spazio che merita, ma il senso pieno del suo lavoro: la mette in fila con Vivian Maier, Tina Modotti, Lee Miller, le altre protagoniste che Palazzo Pallavicini ha scelto negli anni per riscrivere, un nome alla volta, una storia della fotografia che per troppo tempo ha avuto un genere solo.

Ciao Monica

https://www.palazzopallavicini.com/events/ruth-orkin/

Crediti fotografici

  1. Ruth Orkin, American Girl in Italy, Florence, 1951
  2. Ruth Orkin, From Above, Watermelon Stand, New York, 1948
  3. Ruth Orkin, Self-Portrait, 1947

© Ruth Orkin Photo Archive. Immagini utilizzate ai sensi dell’art. 70 della L. 22 aprile 1941, n. 633, a fini di critica, discussione e didattica, senza scopo di lucro.