
Vite, storie ed esperienze immortalate negli scatti di Dorothea Lange, diventate simboli senza tempo, che ci invitano ancora oggi a riflettere sul significato della condizione umana attraverso lo sguardo di una delle più grandi fotografe del secolo scorso.
La mostra, promossa dal Comune di Perugia in collaborazione con CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino e con il supporto di Le Macchine Celibi soc. Coop., gestore dei servizi museali, è curata da Walter Guadagnini e Monica Poggi.
Sarà possibile visitarla fino al 23 marzo, dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 18. Ogni sabato alle 17 si terrà una visita guidata inclusa nel costo del biglietto.
Non ho mai avuto la possibilità di vedere le foto di Dorotea Lange in mostra, penso proprio che valga la pena andare a Perugia.
Ho un particolare interesse per la fotografia “al femminile”, lo so bruttissimo termine, sono d’accordo con voi, ma è così che i più distinguono il lavoro delle fotografe … ed io mi adeguo, tanto per capirsi.
Due in particolare, sono le foto iconiche scattate da Dorothea Lange

Fu scattata dalla Lange a Nipomo, nell’Imperial Valley, nei primi giorni di marzo del ‘36: la fotografa stava transitando con la sua auto nei pressi di un campo che ospitava oltre duemila braccianti impiegati nella raccolta dei piselli precoci. Appena fuori dal campo, in una tenda improvvisata sul bordo della strada, la Lange nota una donna con alcuni bambini; riprende la scena da lontano, poi si avvicina e dopo aver scambiato qualche parola con lei scatta ancora quattro foto
“Seguivo l’istinto, non la ragione; guidai in quel campo bagnato e fradicio e parcheggiai la macchina come un piccione viaggiatore. Vidi e mi avvicinai alla madre affamata e disperata, come se fossi attratto da una calamita. Non ricordo come le spiegai la mia presenza o la mia macchina fotografica, ma ricordo che non mi fece domande. Feci cinque esposizioni, lavorando sempre più vicino dalla stessa direzione.”
Intervista a Dorothea Lang
La Lange scatta 6 foto, avvicinandosi sempre più ai soggetti cercando la giusta composizione per raccontare la storia. Il secondo fotogramma raramente menzionato dalla Lange, è probabilmente il primo scatto, successivamente La Lange mette in posa i soggetti fino ad arrivare alla foto iconica che conosciamo

Il primo fotogramma è sicuramente il primo tentativo di mettere in posa la famigli, ma la figura della figlia grande può non creare così empatia, ricordatevi che lo scopo delle foto della Lange era sensibilizzare l’America sulla tragedia della grande depressione rurale.
Nel terzo fotogramma la Lange compone la foto rimandando ai classici dell’arte pittorica “della madonna che allatta il bambino Gesu”
Il quarto fotogramma benché sia molto empatico, ha come errore di composizione il palo che taglia la testa al piccolo .
Il quinto fotogramma è quello giusto, la composizione è perfetta e inoltre la Lange ha l’intuizione di porre in primo piano un piatto vuoto che simboleggia lo stato di indigenza della famiglia.
Ma c’è ancora uno scatto, che poi è quello che ha più potenza visiva, fa girare di spalle i due bambini, comunicando ancora un’idea di famiglia ma dando rilevanza al volto e allo sguardo della madre che sembra scrutare preoccupata in lontananza. Questa faccia è così importante che la Lange fa sì che la donna poggi la sua mano al mento così che il braccio la indichi. Qualunque cosa avesse distratto l’attenzione dal viso avrebbe danneggiato la potenza delle immagini, cosa che spiega perché la Lange avrebbe ordinato ad un assistente di Stampa di rimuovere il pollice dell’altra mano con cui si tiene al palo.

Tutte queste manipolazioni, ci dicono quanto di poco spontaneo ci sia in questa iconica fotografia di documentazione della realtà, ma per quanto mi riguarda il processo creativo della Lange per arrivare a quella che fu la foto che di fatto smosse le coscienze, dona un valore aggiunto alla grandezza di Dorothea Lunge
L’altra foto iconica scattata dalla Lange si intitola
White Angel Breadline, San Francisco

White Angel Breadline è la mia fotografia più famosa. L’ho scattata il primo giorno in cui sono uscito in una zona in cui la gente diceva, ‘Oh, non andarci.’ È stato il primo giorno in cui ho scattato una fotografia per strada.”
Portando con sé il fratello Martin per farsi aiutare, Lange esplorò le strade del Mission District di San Francisco, piene di senzatetto, affamati e disoccupati. Temeva di far arrabbiare i suoi soggetti invadendo la loro privacy. Temeva che la sua grande macchina fotografica li avrebbe spaventati, che il suo processo sarebbe stato troppo lento e che sarebbe stata accusata di violare la loro dignità. Ma nessuno sembrava accorgersi di lei. Nemmeno l’uomo con la tazza di latta, che si voltava dall’altra parte rispetto agli altri sulla White Angel Breadline. Curvo sulla ringhiera con il cappello che nascondeva il suo viso emaciato, sembrava perso. Lange era una novellina della fotografia di strada, ma non del cogliere l’attimo: “… Ho visto qualcosa, l’ho compreso e l’ho avuto”.
Ciò che Lange “aveva” era un’immagine inquietante ma bellissima che sarebbe diventata la rappresentazione del volto della Grande Depressione: la stanchezza indicata dalla postura dell’uomo, il vuoto della sua tazza, la sua individualità oscurata dalla tesa bassa del suo cappello e il suo isolamento dagli altri poveri, tutto si aggiungeva a un ritratto toccante ma rispettoso della disperazione e della disperazione.


Catalogo della mostra https://amzn.eu/d/i1R3vJL
